Chiesa di San Michele

San Michele:
 
 

Verso il 1000 si costruì una chiesa dedicata a S. Michele; questo,  sappiamo per il Ritrovamento di un documento del 1193 che mette in  questione l'arciprete di Provaglio Sotto  e il rettore di Sabbio, Clerico Manfredo. La struttura della chiesa si presenta particolarmente  ordinata ed equilibrata: nella facciata che segue lo schema a capanna del tetto (munita di contrafforti laterali, di un rosone e di un oculo tondo), si inserisce un portale cinquecentesco. Sulle pareti laterali vi sono dei contrafforti di pietra squadrata e si aprono finestre allungate, concluse in alto da archi inflessi. I contrafforti sono separati da due cornici che ribadiscono a breve distanza le normali conclusioni della bassa zoccolatura. Lo stile armonico e severo del romanico lombardo, sembra cessare con l'affermarsi della nuova architettura ‘sacra' promossa dagli Ordini mendicanti, fiorita nel XIII secolo. Un modello semplice in apparenza, ad aula unica o a ‘sala', derivato da influenze circestensi, francesi e lombarde; architettura che si limita a riutilizzare strutture preesistenti. Uno stile che si rivelò dominante anche nei confronti delle successive realizzazioni tra il XIV e XV secolo. Diffusione che non espresse episodi architettonici esaltanti, tuttavia «significanti e paradigmatici nella comune voluta riduzione dell'architettura a funzione e struttura, nel superamento del complesso percorso simbolico dei ritmi icnografici e figurativi romanici, verso una spazialità chiara, immediata e non priva di enfasi scenica. Nel corpus delle chiese mendicanti questa. unità di concezione, che potremmo dire meta-architettonica, precede e in un certo senso supera la specificità delle scelte spaziali e formali. In altre parole le chiese mendicanti realizzano tipi e modelli precisi sulla base di una scelta, paradossalmente indifferente alla tipologia, nella quale prevale l'utilizzo dell'architettura come luogo e non più come simbolo».
Temi più complessi sono nella zona absidale «ricavati però anch'essi, si può dire, dalla stessa tradizione artigianale e innestati in un'insieme di convincente unità e coerenza. L'interno, purtroppo guastato da una decorazione recente, comporta una serie di cinque campate separate da quattro archi acuti sostenuti da semipilastri. L'imposta è segnata da una piccola cornice. Il profondo coro strutturato in una volta a vela, collegato attraverso una fitta seria di «unghie» ad un sistema di pilastrini che fanno da tramite alla cornice d'imposta, rappresenta probabilmente la fase terminale della costruzione, con mezzi che si possono dire, per questo periferico angolo della provincia, ‘rinascimentali'».
Sulle quadrelle del soffitto è stata più volte segnata la data 1548, sotto la cornice esterna in granito dell'abside centrale si legge 1549, quasi alla base della conchiglia decorativa dell'abside minore a destra è scritto 1551.
Queste date segnano alcune fasi della ricostruzione della chiesa, notizia confermata anche dall'indicazione 1482 figurante sotto al deposito degli olii santi. Sull'ampia abside romanica si è innestata la nuova navata che utilizza il tracciato della vecchia chiesa forse altrettanto ampia. Della chiesa primitiva si sono in parte imitate le forme e lo stile, ma alla nuova costruzione si è probabilmente dato maggiore ampiezza.
Si possono osservare una serie di campate coperte da un tetto a vista, con rivestimento interno di travetti e mattonelle dipinte con curiosi motivi. Gli archi trasversi a sesto fortemente acuto partono da sostegni parallelepipedi con imposta piuttosto alta separata da rozzo abaco. Negli interspazi della terza navata si sono ricavati due altari. «Che quivi vi fosse un'altra Chiesa» scrive il Galotti «lo provano:
1. Un elegante arco a sesto acuto trovato, durante i restauri, nella parete sinistra, costruito con materiale più antico, che andava a poggiare alla base del piccolo campanile.
2. Il fatto che nella medesima parete venne compreso con una sporgenza nella chiesa il campanile che si trovava a fianco dell'abside dell'antica Chiesa.
3. Un affresco trovato sulla parete del campanile entro la Chiesa, raffigurante S. Michele che uccide il dragone, e che è certo uno di quei santi che si usavano dipingere sulle pareti esterne dei campanili medioevali».
Il Peroni ribadisce il significato di capacità artigianali derivate da esperienze tipiche dei secoli XIII e XIV, le più semplici ma anche le più persuasive in un tempo in cui le maestranze lombarde «erano tali, ancora alla fine del 140o, da potere realizzare con un procedimento che normalmente si attribuisce solo all'età medievale, la maggiore efficacia nei temi più poveri e spogli».
La chiesa lungo i secoli ha registrato molte trasformazioni, fortunatamente non furono irrimediabili e, con gli ultimi restauri, si è riusciti in qualche modo a correggerle. Nel 1740 il parroco don Giovanni Battista Antonioli ebbe l'infelice idea di voler costruire la nuova sagrestia e di conseguenza riformare l'abside principale. Soppresse l'abside laterale sinistra, chiuse le due finestre laterali di fianco all'altare maggiore per riaprirne due sopra il cornicione a semicerchio. Nel riformare l'abside maggiore, scalfi le pitture di Profeti e Sibille, opera di Paolo da Caylina il Giovane, inoltre fece coprire con calce i vani delle lunette che si rincorrevano lungo la rotonda del coro.
Nel settembre del 1843, per poter appaltare le opere di costruzione delle invetriate delle finestre laterali, del finestrone della facciata, e la costruzione di un vestibolo laterale alla chiesa, si tenne un'asta pubblica.
Nel 1883 don Filippo Cantoni, ascoltando le proposte del pittore Verenini da Salò, fece affrescare il presbiterio con una spesa complessiva di lire 387. L'intervento di questo mediocre pittore fece scomparire quasi tutti gli affreschi del 1500. L'opera dello stesso Verenini si completava nel 1885 con l'imbiancatura dell'intera navata, travi, travetti e l'elegante decorazione cinquecentesca del soffitto.
Don Celso Rossi non ignorò il problema dei restauri; lasciò al successore, dopo la morte avvenuta nel 1923, la somma di lire 2000 perché prendesse in considerazione il problema.
Con il discorso inaugurale don Angelo Galotti rendeva pubblica l'idea di iniziare l'opera di restauro della chiesa, anticipando egli stesso la prima offerta. Don Guglielmo Gazzaroli gli andò incontro con 500 lire; le offerte si fecero numerose e nel 1927 si era raggiunta la somma di lire 17.000.
Nel gennaio del 1925 furono presentate le pratiche necessarie alla Commissione diocesana delle Belle Arti e presso la Soprintendenza ai monumenti. L'Ispettore onorario Flaviano Capretti fece venire a Sabbio per un sopralluogo il cav. Calzecchi della Soprintendenza di Milano.
A don Galotti arrivò questa lettera, spedita da Brescia il 2 febbraio 1925: «Sono spiacentissimo che, quando ella venne da me, non mi abbia trovato in casa. Ma siccome suppongo che mi avrebbe parlato dei restauri della sua Chiesa, Le riferisco che io non solo ne ho scritto alla R. Sopraintendenza, ma recatomi a Milano, ho raccomandato la pratica, ed ebbi parole che fanno sperare, dopo un sopralluogo, di provvedere alla compilazione del progetto grafico di massima. Però, siccome il sopralluogo non potrebbe avvenire che a stagione meno inclemente, e che io per ragioni economiche dovrei unirlo a qualche altra richiesta, così, se ella ha fretta potrebbe rendere più sbrigativa la pratica facendo eseguire in precedenza il rilievo della Chiesa nello stato attuale, e anche qualche abbozzo delle opere per riornarla al pristino stato, poiché, è bene le ricordi, che non può essere consentito che il ritorno all'antico, ciò che nel caso della sua Chiesa è facile e meno costoso.
Nell'esprimerle i miei auguri per la buona riuscita della sua generosa iniziativa, me le protesto Flaviano Capretti».
I rilievi eseguiti dal geom. Marsilio Vaglia vennero spediti al Calzecchi; nella primavera, il funzionario della Soprintendenza di Milano, venne a fare un sopralluogo. 1130 ottobre 1926 arrivava la lettera che in precedenza era stata inviata al Capretti: «Caro Commendatore, ho bisogno di sapere, direttamente dal Parroco, in quali limiti di spesa vuol contenersi, e quali desideri può avere per tenerne conto il più possibile, nell'elaborazione del progetto. Vedrò di fare un'altra visita sul luogo non appena me lo consentiranno gli impegni in corso, e ne darò avviso al parroco. Cordiali saluti e ringraziamenti — Calzecchi».
Tuttavia il secondo sopralluogo non avvenne. Fu invece Flaviano Capretti a scrivere una lettera a don Galotti il i6 novembre 1926.5 Scrive il Gallotti nel suo libretto su Sabbio: «Questa comunicazione, se ci ha privato dell'onore di aver un progetto da un competente della Regia Sopraintendenza stessa, ci ha però permesso di rivolgerci ad altri, di fiducia della Regia Commissione. Intanto il primo passo aveva ottenuto l'effetto desiderato: il permesso di procedere all'estensione del progetto».
Il disegno presentato dal pittore di Mompiano Vittorio Trainini, specialista in chiese medioevali, venne approvato dalla commissione incaricata. Il mese di febbraio 1930, a seguito dell'esaudiente relazione di don Paolo Guerrini sul progetto Trainini, l'arcivescovo Giacinto Gaggia concedeva ampia facoltà di eseguire i restauri. Alla festa di Natale dello stesso anno, la chiesa si presentava parzialmente restaurata.
Vittorio Trainini affrescava nel 1940 due cappelle con soggetti decorativi: ‘Sacro Cuore di Gesù' e ‘San Giuseppe'; inoltre il ‘Crocifisso' posto in alto sull'arco centrale. Affrescava le due composizioni ‘Ultima cena' e ‘Preludio all'Istituzione dell'Eucarestia'.
Nello stesso periodo alcuni volontari ripulivano dalla calce la volta affrescata a cassettoni, riportando in vista la figura del Padreterno, quelle degli evangelisti e le lunette (le prime quattro) eseguite da Paolo da Caylina il Giovane. Le altre lunette furono invece eseguite dal Trainini con Profeti, Sibille e una delicata `Annunciazione'. I lavori di restauro non si limitarono alla sola decorazione pittorica, anche l'organo e la cantoria furono levati di sopra la porta laterale che conduce alla canonica per essere collocati altrove. Il Trainini li voleva sistemare sopra la porta d'ingresso centrale, con scale d'accesso laterali e verso il Battistero; la commissione esaminatrice sconsigliò tale proposta e l'organo venne sistemato all'interno dell'abside centrale, dietro la cornice con le sei tavole dipinte dal Brevio.
Nel 1948, parroco don Franco Pizzoni, Sabbio ricevette la visita pastorale di Mons. Giacinto Tredici (3-4 giugno). L'anno dopo si toglieva la bussola da Sabbio di Sopra per sistemarla all'ingresso principale della parrocchiale; inoltre si sistemava definitivamente l'organo. Alla fine di aprile (1949) veniva esposto nella Chiesa di San Michele il dipinto della `Vergine di San Luca' di Bagolino, quale passaggio della `Peregrinatio'.
Vittorio Trainini completava l'opera ad affresco nel 1951 con le quattordici stazioni della `Via Crucis'; preparava inoltre i disegni per il nuovo pavimento a mosaico in sostituzione di quello in cotto (eseguito dalla ditta Giulio Lapis di Brescia), inaugurato dal vescovo di Brescia.8
Fino alla fine degli anni sessanta la chiesa è stata testimone di avvenimenti legati all'ordinario procedere delle manifestazioni religiose; nel 1969 (17 gennaio) la caduta di mattoni e tegole dal soffitto, obbligò il parroco a chiudere la chiesa per sei mesi, ma tornerà a risplendere in occasione della visita pastorale di Mons. Luigi Morstabilini (26 settembre 1973).
 
 
 
 
 

  

 

 Opere d'Arte
 
 
Nella parrocchiale di San Michele a Sabbio sono certamente del Caylina le quattro lunette con: Phrigia, Eliseus, Helias e Cumea, mentre le altre sono state realizzate da Vittorio Trainini. Il Caylina, nato a Brescia nel 1550, è morto pare verso il 16io.
Sulla parete di sinistra (voltando le spalle all'ingresso principale) la cappella della «Madonna del Rosario» è decorata con un'ancona lignea a colonne sormontate da trabeazione e timpano, contiene la pala di Giovan Battista Galeazzi (figlio del pittore Agostino Galeazzi a sua volta allievo del Moretto), opera realizzata nel 1585. Nella pala di Sabbio sono evidenti i forti richiami a Paolo Veronese, soprattutto nella parte bassa, e sono influssi che derivano parte dal padre Agostino e parte dal Veronese stesso, a cui aveva, con ogni probabilità, guardato con attenzione. La pala di Sabbio è firmata in basso a sinistra: «Johannes Baptista de Galeatijs Brixiensis fecit 1585», olio su tela (185 x 275 cm), in discreto stato di conservazione Con il tema della «Madonna del Rosario» il pittore rinnova la pratica dell'ucronia, cioè del mescolare un motivo religioso o mistico con personaggi del presente in un unica immagine coerente. L'opera è magistralmente dipinta soprattutto nella parte bassa con i gruppi di Santi, cardinali e vescovi, inoltre religiose, Sante e nobili donne colti in atteggiamento devoto. Oltre ad una serie di ritratti molto incisivi e di ottima tecnica, si notano delicatezze pittoriche e squisitezze tecniche degne di un maestro. È forte il richiamo al Veronese, nella parte destra in basso con la figura femminile in primo piano e il giovinetto alle sue spalle.
La «Deposizione» attribuita a Johannes da Ulma (l'ultimo recente restauro non ha fatto ritrovare alcuna firma) è collocata nell'ancona lignea della cappella di destra (sempre voltando le spalle all'ingresso principale), chiusa in alto a semicerchio, con la croce posta quasi al limite della composizione, il Cristo calato e sorretto da più figure maschili; più in basso, il gruppo con la Madonna e la Maddalena. Johannes da Ulma è pittore così poco conosciuto che ogni volta deve essere considerato e inteso con molta precauzione.
se da un lato ci dichiarano influssi germanici piuttosto marcati, dall'altro denotano una sorta di confusione: le figure incastrate l'una sull'altra vengono assorbite dalla mescolanza delle tinte, dei veli, delle tuniche e dei panneggi. Johannes da Ulma fino a pochi anni fa era ritenuto l'autore del bellissimo Crocifisso ligneo del Duomo di Salò, commissionato all'inizio dell'estate del 1449 e certamente ultimato nel marzo successivo. L'attribuzione a Johannes da Ulma era stata sostenuta dagli storia più qualificati quali il Mucchi, il Peroni e il Panazza. Il restauro .eguito negli anni '7o ha restituito il monogramma JH, abbreviazione di Johannes, dipinto a lettere gotiche maiuscole
E una tempera su tavola, conservata dentro un'ancona con colonne, trabeazione e timpano spezzato; l'Arcangelo Michele regge nella mano destra la spada, nella sinistra tiene la bilancia, ai suoi piedi, schiacciato, il demonio.
Il polittico di San Michele a Sabbio, datato dal Panazza 1548-1551 (anni della ricostruzione della chiesa) è sicuramente opera di Dionisio Brevio; è suddiviso in sei scomparti (in origine trattenuti da una cornice della «Bottega» dei Boscai: in alto «San Lorenzo» con «San Michele Arcangelo» e «Santo Vescovo», mentre in basso vi sono «San Giovanni Battista», «Madonna con Bambino e angeli» e «San Pietro». Il Panazza assegnava al Brevio soltanto cinque delle sei tavole; la Madonna con Bambino aveva preferito assegnarla ad un artista vicino ai modi di Zenone Veronese. Invece è del Brevio. Infatti se osserviamo il dipinto «Ritratto di donna» (La Velata) di Palazzo Pitti a Firenze (del 1516), certamente la «Fornarina», e il «Ritratto di giovane donna» (La Fornarina) (intorno al 1519), della Galleria Nazionale di Roma, opere di Raffaello, e, li raffrontiamo con la Madonna di Sabbio, noteremo una straordinaria somiglianza che non è soltanto palese. La Madonna di Sabbio è un ritratto della senese Margherita Luti, figia del fornaio della contrada di Santa Dorotea a Roma, amica intima di Raffaello.
Il progetto che comprendeva il restauro dell'abside maggiore con il recupero degli affreschi di Paolo da Caylina il Giovane, nuove decorazioni dipinte o graffitate, e l'esecuzione degli affreschi divenne operativo nel 1930. Con Vittorio Trainini collaborarono anche i fratelli Arturo per la parte decorativa a graffito, Luigi per le decorazioni a buon fresco sulle lesene e sugli archi. Le due absidi minori delle cappelle laterali all'altare maggiore furono affrescate da Vittorio Trainini nel 1940; figura difficile quella di Cristo (il pittore dovette rifare per tre volte la testa), mentre per i due angeli posarono (a sinistra) Bruno Bianchi, a destra il fratello Andrea. Il «San Giuseppe» della cappella di destra porta il volto di don Riccardo Vecchia. Sull'arco che separa le absidi dall'aula, ad interrompere la decorazione a graffito, Vittorio Trainini affrescava un «Crocifisso» con contorno di angeli e angioletti, secondo uno stile chiamato neo-gotico, caratteristico dell'arte cristiana o sacra della fine del secolo XIX. Per la figura di Cristo posava Angelo Piovani.
Sono del 1940 gli affreschi «Preludio all'Istituzione dell'Eucarestia» (Abramo che offre il pane e il vino a Melchisedec) e «L'ultima cena». Per la figura di Melchisedec posava don Angelo Galotti, per quella di Abramo, Tobia Scalvini; inoltre per le figure prossime a Melchisedec posava Giovanni Mascadri, Mario Fascio per il soldato alla sinistra del cavallo. Trainini da ottimo affreschista, trattava la materia pittorica con padronanza, le tinte venivano stese a larghe campiture, sollevate da chiarori di luce sui rilievi. Risolta la scena principale, utilizzava ampi spazi prospettici con l'inserimento di quinte naturali. Trainini era pittore sveltissimo, un novello «Luca fa presto» che risolveva anche una figura al giorno senza mai fermarsi. Usava prevalentemente terre bruciate e naturali, la gamma degli ocra, i grigi «scaldati» e i rossi. Il disegno mai meticoloso diventava efficace nella distribuzione delle masse, le espressioni dei volti di una naturalezza disarmante. Nell'affresco «L'ultima cena» prevalgono gli spazi occupati dalle tuniche, masse di colore forzate sui rilievi e nelle rientranze del tessuto. I contadini di Sabbio sono diventati apostoli, partecipando loro malgrado al sacrificio di Cristo e al tradimento di Giuda. Giovanni Mascadri dovette vestirsi dei panni del traditore. La scena è avvolta da vapori di fiati e umori, Cristo ha pronunciato le terribili parole, ma non vi è sgomento, agitazione o rabbia. Trainini non solleva il velo del tradimento, lo mortifica invece sul volto dell'ultimo degli apostoli, il peggiore.
 
(Interamente tratto da "Sabbio Chiese, una paese nella storia " tomo II)